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Prende il via il semestre di presidenza svedese all’insegna della lotta ai cambiamenti climatici

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Fredrik ReinfeldtLa Svezia ha assunto la presidenza di turno della Unione Europea e il carnet degli impegni è già nutrito. Innanzitutto le iniziative per fronteggiare la crisi economica; poi l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona che purtroppo compare da troppo tempo tra gli impegni dei presidenti di turno.
E infine l’impegno a favore del clima. A tale proposito, la lotta al surriscaldamento è stata oggetto della prima uscita del primo ministro svedese Fredrik Reinfeldt.
Nel dicembre 2009 si terrà a Copenaghen il vertice ONU per definire un nuovo accordo globale sulla riduzione delle emissioni per il dopo Kyoto e riuscire a definire una posizione comune dei 27 Paesi della Ue sembra un’impresa complicata.
Anche se nessuno paventa il fallimento dei negoziati, in pochi scommettono sulla possibilità di un accordo preciso e dettagliato. Mentre appare probabile uno schema simile a quello di Kyoto, con un accordo quadro che farà da cornice ad ulteriori negoziati probabilmente già nel successivo incontro in Messico.
Secondo i più ottimisti sarebbe sufficiente una riduzione del 50% delle emissioni entro il 2050 per limitare il riscaldamento globale di 2 gradi rispetto ai livelli preindustriali; ma alcuni esperti arrivano a ritenere indispensabile un taglio di almeno l’80% delle emissioni.
Sul fronte ambientalista, alcune organizzazioni giudicano insufficiente il taglio, indicato dalla Commissione Europea, del 50% rispetto al 1990, da conseguirsi entro il 2050.
Come ricordato dal Presidente Barroso e dal Commissario all’ambiente Dimas, la leadership europea nella lotta al surriscaldamento è necessaria ma servono forti partnership a livello mondiale a cominciare da quella più indispensabile di tutte: gli USA.
E mentre con le posizioni di Bush sembrava preclusa la possibilità di trovare un accordo globale, dalla nuova amministrazione Obama giungono segnali confortanti sul fronte dell’impegno per il taglio delle emissioni. La nuova amministrazione sembra voler passare dalle promesse elettorali ai fatti, riuscendo a far approvare dal Congresso – malgrado l’azione contrastante di molte lobby - il 26 giugno 2009 la prima legge americana sull’effetto serra, che prevede più energia pulita, minore dipendenza energetica e un taglio delle emissioni del 17% entro il 2020 rispetto al 2005 e dell’83% entro il 2050. La legge è ora all’esame del Senato USA.
Qualche spiraglio comincia ad intravedersi anche dall’altro grande produttore, la Cina, forse anche a causa dei primi effetti del surriscaldamento che colpiscono alcune regioni meridionali della Cina (desertificazione e carenza di acqua).
L’attivismo europeo può oggi contare sull’impegno svedese. La Svezia è già paese leader per rinnovabili e per taglio di emissioni, e si pone all’avanguardia prospettando la riduzione di CO2 del 50%; incrementando del 40% le fonti rinnovabili entro il 2020, e impegnandosi, entro il 2030, a non utilizzare più carburanti tradizionali nei trasporti. Si tratta di un ottimo esempio per l’Europa, anche considerato che l’economia svedese da anni dimostra che diminuire le emissioni non vuol dire frenare la crescita, ma esattamente il contrario.